11 ottobre 2018

Al grande puzzle delle cartiere manca una tessera: la materia prima

Lucca, la domanda supera l’offerta ma dalla Cina arriva poca carta. L’appello: «Basta, consentiteci di riciclare qui»


Guardate il quadrante del vostro orologio, e fate fare alla lancetta dei secondi un giro completo. Ecco, in questo lasso di tempo, in un minuto, in Toscana sono state prodotte due tonnellate e mezzo di carta da materiale riciclato. O, meglio, più che in Toscana bisognerebbe dire a Lucca, capitale del cartario in Italia e sede dell’unico distretto di questo settore: qui, da oggi a venerdì, va in scena la venticinquesima edizione del Miac, la fiera dedicata ai macchinari per il cartario, con oltre 270 aziende rappresentate. Al polo Fiere gli industriali potranno conoscere gli ultimi avanzamenti della tecnologia, ma si riuniranno anche per parlare dei problemi di un settore che ha agganciato la ripresa ormai da tre anni, ma per il quale non mancano le spine. A partire, per l’appunto, dal problema del riciclo.

Massimo Medugno, direttore di Assocarta (la sezione di Confindustria dedicata al settore), spiega il tutto partendo dall’Asia: «Dalla scorsa primavera la Cina ha imposto restrizioni fortissime sulla qualità della carta da macero da importare». Questo materiale, infatti, è un prototipo ormai da secoli dell’economia circolare, con la creazione di nuova carta dalla vecchia carta. Che – si dice – ha sette vite come i gatti, nel senso che può essere riutilizzata almeno sette volte prima di essere smaltita. Quanto avviene in Asia è un grosso problema, visto che proprio il gigante cinese è il massimo consumatore mondiale di carta da riciclare. Un problema in più per l’Italia, visto che siamo il secondo esportatore (dopo il Regno Unito) di questo materiale.

«Perché viviamo questo paradosso – continua Medugno -: l’Italia è un paese che esporta macero e poi importa prodotto finito, perché le nostre cartiere non ne producono a sufficienza». Lo snodo della situazione è l’incapacità dei nostri stabilimenti di produrre carte e cartoni da imballaggio in quantità sufficienti. Un problema non solo per le aziende, ma che rischia di incidere direttamente sulla vita dei cittadini: la gran parte della materia prima, infatti, arriva proprio dalla raccolta differenziata messa in campo dai Comuni e dalle aziende dei rifiuti. Un circuito che ora rischia di bloccarsi, con le conseguenze che ci possiamo immaginare: «Le aree di stoccaggio delle cartiere sono strapiene», spiega Paolo Culicchi, vicepresidente di Assocarta. Da qui a riempire oltre il limite anche gli impianti nelle nostre città il passo potrebbe essere breve.

Per risolvere il problema, sostengono gli industriali, la chiave sta nel chiudere il gap fra raccolta di carta da macero e produzione. «Bisogna aumentare il recupero – sintetizza Medugno -. Il gap al quale ci riferivamo può essere chiuso soltanto con la riconversione delle aziende che possa fornire un maggiore valore aggiunto, porti a più occupazione e, per dirlo in una parola, a un meccanismo di circolarità. E bisogna anche dire che da parte dei nostri imprenditori ci sono investimenti importanti in questo settore».

Puntuale, arriva anche un “ma”. Ed è di quelli che pesano come un macigno sulla strada delle aziende.  «Produrre di più significa avere anche più materiale di scarto», spiega infatti Medugno. Perché in fondo a quelle famose sette vite della carta c’è comunque la necessita di smaltire quello che non può più essere in alcuna maniera recuperato. Un tema «limitante», come lo definisce il direttore di Assocarta. E un tema che le aziende non possono affrontare da sole, ma possono risolvere solamente con l’aiuto delle pubbliche amministrazioni. Ed è qui che arrivano (altri) problemi.Per fare un esempio, lo stesso Medugno ammette che «il recupero energetico degli scarti potrebbe essere una buona opzione». In sostanza, bruciare la carta da macero non più utilizzabile e ricavarne energia per la cartiera.

I classici due piccioni con una fava, visto che oltre a risolvere il problema del residuo, abbasserebbe gli enormi costi che si trovano ad affrontare queste aziende energivore. Un quadretto idilliaco rovinato dal fatto che è di fatto impossibile realizzare quelli che il vicepresidente Culicchi chiama «termovalorizzatori a piè di fabbrica» e che, in generale, l’iter autorizzativo per impianti simili è lungo, complicato e spesso destinato a finire su un binario morto.

«Il tema – ragiona il direttore Medugno – è di fare con gli enti un ragionamento di questo tipo: «noi aziende lavoriamo per il sistema del riciclo, compreso quello prodotto dalle vostre raccolte differenziate, voi impegnatevi a inserire nelle pianificazioni urbanistiche e territoriali delle aree per trattare i rifiuti che vengono dal riciclo». Capisco che è un percorso complicato, ma qualche infrastruttura andrà ben fatta. Forse il punto è che manca un po’ di coraggio da parte di imprese amministrazioni: rispettare la legge non è rimanere immobili, ma semplicemente fare le cose per bene». E sì che mentre le carte per la stampa (soprattutto quelle 100% cellulosa) è in flessione, quello per gli imballaggi è in espansione, anche grazie all’esplosione su livello globale del commercio elettronico.

Un’onda da cavalcare, per i cartari, ma con un surf perché non può essere frenato dalla zavorra della burocrazia. «Perché si finora abbiamo parlato di internazionalizzazione – conclude Culicchi, con un avviso dal retrogusto di minaccia – ma può andare a finire che parleremo di delocalizzazione. Se qui non possiamo fare più niente il rischio è che andiamo altrove».

 

[fonte: Il tirreno]


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