16 settembre 2019

“Italia regina nel riciclo della carta”

Assocarta e gli ambientalisti: “Siamo primi in Europa con il 60%, e la nostra tradizione risale al Medioevo”. Sorpresa, leggere il giornale in fogli rispetta l’ambiente più che leggerlo su pc o smartphone


Doppia sorpresa sul riciclo della carta. Numero uno: in Italia il recupero è la prima fonte di fibre di carta, coprendo il 60% della richiesta di questo materiale per l’editoria e per l’industria (cioè i giornali e i libri ma anche le confezioni di prodotti per i supermercati, i cartoni eccetera). Secondo: non si tratta di una novità, anzi la cultura del riciclo è profondamente radicata nella storia del nostro Paese, fin dal Medioevo. «Già nel Trecento a Venezia» racconta Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta (che federa in Confindustria le aziende del settore), «una legge vietava di esportare gli stracci, perché le loro fibre venivano usate per produrre fogli». Quanto alla carta in sé, per trovare i primi opifici in Italia bisogna risalire un altro secolo più indietro: «Fra il 1230 e il 1250 – dice ancora Medugno – si cominciò a produrne a Fabriano, in un distretto che esiste ancora, e ad Amalfi, dove ci sono cartiere storiche visitabili».

Nei secoli la carta è stata fatta un po’ con tutto, con la cellulosa certo, ma anche con vari materiali di riciclo, dagli gli scarti delle fibre di cotone alla paglia, ed è curioso notare come l’evoluzione di questa industria abbia seguito lo sviluppo socio-economico del Paese: quando l’Italia era una terra di contadini e la paglia era un prodotto di scarto abbondante, veniva usata a gogò per fare una tipica carta di colore giallino; adesso che invece la paglia è diventata scarsa, non si usa più a questo scopo, e anche la presunta “carta da paglia” non è più davvero tale, ma un prodotto differente, fatto apposta per somigliarle. A condannare l’originale è stata anche un altro sviluppo, cioè la nascita della sensibilità ecologica: si è scoperto che la lavorazione della carta da paglia generava scorie dannose, e così la legge Merli a tutela dell’ambiente l’ha vietata.

Nel nostro XXI secolo c’è chi denuncia tutta la carta come nemica dell’ambiente, visto che per quanto si possa riciclare, all’origine del ciclo c’è sempre il taglio di un albero; e per questo c’è già chi auspica la fine completa dei giornali e dei libri di carta e la loro sostituzione al 100% con i mezzi di comunicazione digitale; Medugno ha però pronte due obiezioni. Intanto garantisce che «l’85% della carta vergine che si usa in Italia è certificata Fsc e Pef », e a noi profani a cui queste sigle non dicono niente, Medugno spiega che «si riferiscono alla normativa europea che impone coltivazioni eco-compatibili». Ma soprattutto, l’uomo di Assocarta dice che l’universo elettronico non è a impatto zero come sembra: «La virtualità esiste, certo» osserva Medugno, «però  si basa su infrastrutture fisiche, e queste hanno un impatto ambientale, in termini di consumo di energia elettrica e produzione di anidride carbonica. Tenendo conto di tutti i fattori coinvolti, leggere un quotidiano di carta produce il 20% in meno di CO2 rispetto alla lettura online dello stesso quotidiano per 30 minuti».Medugno fa un ragionamento analogo, in sedicesimo, per gli scontrini dei bancomat che veniamo invitati a non stampare,   prospettandoci questa come la «scelta più ecologica». Quanto alle bollette o agli atti pubblici smaterializzati, Medugno sostiene  che «se questi documenti sono oggetto di frequenti e lunghe consultazioni online, è più ecologico stamparli su carta e averli a disposizione una volta per tutte».

Il direttore generale di Assocarta  parlerà pro domo sua? Questo è sicuro. Però un ambientalista come Ermete Realacci concorda  con le sue valutazioni: «I server dei servizi digitali sono tremendamente energivori. E questo viene raramente considerato» dice Realacci. Che dà ragione a Assocarta anche su un altro punto: «È vero  che la pasta di cellulosa usata in Italia ci arriva da foreste nordeuropee gestite a rotazione, nelle quali per ogni albero tagliato ne viene piantato un altro, o anche più di uno». Più in generale, «nel riciclo delle materie prime, non solo la carta, l’Italia ha un record europeo: viene recuperato il 76,9% contro (ad esempio) il 42,7% della Germania».

Ecco, se ogni tanto abbiamo occasione di dire bene di noi stessi come italiani, facciamolo. Realacci  attribuisce i nostri comportamenti virtuosi in fatto di riciclo  non tanto alle leggi, quanto a un’antica vocazione nazionale. L’Italia, che nella carta e nel recupero  faceva da battistrada già nel Due e nel Trecento, è all’avanguardia anche nel nostro secolo: «Se l’Unione europea si è data l’obiettivo di ricavare dal riciclo l’85% della carta da imballaggio nel 2030, noi in quel segmento produttivo siamo già oggi all’80%».

Il riciclo della carta si può osservare dall’alto, cioè in termini di sistema, oppure dal basso, cioè dal punto di vista del singolo consumatore. Dall’alto si contano 6,3 milioni di fibre di carta da riciclare raccolte ogni anno in Italia, di cui 1,2 milioni vengono esportati. Per migliorare il sistema, le aziende italiane vorrebbero che fosse loro possibile fare come le concorrenti tedesche, che utilizzano la quota estrema di scarti non ulteriormente riciclabili indirizzandola all’auto-produzione di energia; questo in Italia è difficile per questioni normative, perciò quei residui finiscono (il più delle volte) in discarica. Ed è un peccato.

Dal basso, invece, si pone il problema di che cosa possiamo fare noi, singoli individui, per favorire il riciclo. La raccolta differenziata fa sorgere dei dubbi di carattere pratico. Per esempio, i contenitori in tetrapak sono fatti al 74% di carta, al 21% di plastica e al 5% di alluminio: e allora  devono essere messi nei cassonetti della carta o della plastica? La risposta giusta varia da città a città, ma in tre grandi metropoli   come Roma (ci dice l’azienda Ama), Milano (Amsa) e Torino (Amiat)  la risposta giusta è “carta”. Poi  un altro dubbio: i cartoni della pizza se sono sporchi diventano inutilizzabili? Sì e no, ci viene risposto:  quando contengono residui di cibo non si prestano a essere  riciclati, mentre se sono solo macchiati d’olio possono essere recuperati, e ne vale la pena, essendo fatti con ottima carta vergine.

E a proposito di carta vergine, c’è una notizia recente che magari qualcuno interpreterà come ridanciana, e invece concerne un problema serissimo: in America si usano ogni anno 36 miliardi e mezzo di rotoli di carta igienica, che dovendo essere morbida e di alta qualità viene ricavata quasi esclusivamente (98%) da cellulosa di alberi tagliati apposta; invece  in Europa è massicciamente diffusa anche la carta igienica riciclata  da giornali e  libri. La federazione ambientalista Stand.earth e il Natural Resources Defense Council esortano gli Stati Uniti a imitare l’Europa.

[fonte: lastampa.it]


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