25 Marzo 2015

Ladri di rifiuti, così cambiano le ecomafie


L’evoluzione delle ecomafie non conosce sosta e così come muta l’economia, così le attività della criminalità organizzata legate ai traffici illeciti di rifiuti cambiano pelle. Se prima il business era smaltire a prezzi vantaggiosi rifiuti pericolosi e non, avvelenando l’ambiente, oggi che il riciclo dei rifiuti ha trasformato la spazzatura in materia prima pregiata, questa è diventata la nuova miniera da saccheggiare.

Ma vediamo qualche numero. Nel 2011 l’industria italiana ha impiegato nei suoi cicli produttivi, dati Istat, circa 35 milioni di tonnellate di materie prime seconde, cioè materie provenienti dal recupero dei rifiuti. Il settore del riciclo negli ultimi dieci anni è aumentato a ritmo vertiginoso: il numero delle aziende è lievitato da 2.183 a 3.034 (+39%), raddoppiando il numero degli occupati, da 12.000 a più di 24.000.

Per ciascuno dei materiali riciclati esiste una Borsa dove si quotano i prezzi. Nel caso dei materiali riciclati a base di polietilene, il Pet azzurro in scaglie vale anche 1.000 euro a tonnellata. L’allumino riciclato dalle lattine e gli scarti in rame 1.500 euro, gli pneumatici fuori uso 500, i rifiuti tessili 280, i rottami ferrosi 168 (se acciaio 400), gli olii vegetali 250, i Raee 300, i rifiuti medici 470 euro e così via. Il “trafficante nuovo”, quindi, tratta materiali dal valore economico e strategico enorme. Soprattutto in Italia, che vantando una lunga tradizione di riciclo è tra i paesi maggiormente colpiti dall’emorragia illegale di questi materiali verso l’estero.

Ma bloccare i traffici illeciti di rifiuti vuol dire difendere un pezzo di green economy. E, senza smettere di dare la caccia ai vecchi trafficanti su scala locale, è con questa nuova genia che occorre fare i conti. Veri uomini d’affari, broker sul mercato internazionale delle materie prime, attenti alle quotazioni in Borsa, al valore delle cose e alla fame di materie prime dei singoli paesi. Trafficanti che sono a capo di vere organizzazioni criminali, anche di tipo mafioso. Reti criminali informali, flessibili, aterritoriali e situazionali, che proprio per questo si distinguono dai gruppi criminali veri e propri, non avendo necessariamente forme strutturate di coordinamento, patrimoni valoriali da condividere, confini stabili e gerarchici entro i quali muoversi. Queste reti criminali sanno bene che quei materiali sono fondamentali soprattutto nei paesi con una consolidata industria manifatturiera e scarse risorse cui attingere e, non a caso, con avanzati sistemi di riciclo, come l’Italia o la Germania. O con tassi di crescita a due cifre, come sta accadendo ai Bric, Brasile, Russia, India e Cina. I sequestri alle frontiere effettuati dall’Agenzia delle dogane documentano, nei container bloccati nel 2013 nei porti italiani, tra le 4.359 tonnellate di rifiuti controllate quasi il 69% era costituito da metalli, più del 14% da plastiche, poi ci sono gomme e pneumatici, tessili, veicoli rottamati, Raee, i rifiuti elettronici.

Bloccare i flussi illegali di questi scarti diventa quindi sempre più urgente per evitare danni incalcolabili all’economia legale e all’ambiente. Con una risposta che non può appiattirsi alla sola dimensione repressiva, che serve a poco senza l’innovazione dei processi e dei prodotti: la migliore lotta alle ecomafie e alla criminalità ambientale è il passaggio verso modelli economici completamente diversi, che abbandonino la classica impostazione lineare a favore di quella circolare, partecipata e sostenibile.

Qui si può leggere l’articolo integrale di Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente

 

[fonte: la stampa]


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L’industria del riciclo è oggi una risorsa fondamentale del sistema Paese e contribuisce in maniera sostanziale all'esigenza dello sviluppo economico e alla tutela dell'ambiente. CRCM Srl offre servizi alle imprese che, attraverso il proprio ciclo produttivo, generano Rifiuti speciali, garantendone per quanto più possibile il recupero o il corretto smaltimento.

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