5 marzo 2019

Rifiuti, per il riciclo meno vincoli e burocrazia

Intervento di Alfredo De Giorolamo, Presidente Confservizi Toscana


I frequenti incendi di rifiuti in impianti, stoccaggi e magazzini, stanno facendo discutere. Finalmente alcuni giornalisti, analisti e opinionisti – come Jacopo Giliberto sulle pagine del Sole 24 Ore di mercoledì 27 febbraio – stanno guardando con occhi lucidi e realistici al problema: in questo caso nessuna ecomafia, siamo di fronte ad un mercato del riciclo grigio e opaco, fatto anche di furbetti e imprenditori improvvisati, che raccolgono rifiuti, incassano, li stoccano e poi non sanno come fare, a causa di un mercato instabile e norme spesso contraddittorie.

Viene meno un’idea un po’ ideologica e consolatoria per cui organizzazioni criminali e mafie stiano gestendo una “terra dei fuochi” a livello nazionale. Una spiegazione valida 20 anni fa e ancora suggestiva e comoda. La realtà è più meschina, più difficile da affrontare e svela un problema grosso dell’economia circolare.

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Se i singoli fatti e reati vanno perseguiti con forza dalla magistratura, il problema sottostante va affrontato dalla politica.
Il problema è questo: economia circolare significa spostare volumi enormi di materiali da impianti dedicati ai rifiuti al mercato, per sua natura aperto e concorrenziale. Un mercato oggi globale, instabile, mutevole, sottoposto a stress. Prova ne è la recente crisi cinese del mercato dell’export dei materiali riciclabili. Una vicenda che andava e va affrontata seriamente e che ha riportato flussi di materiali destinati al riciclo in Cina, nei nostri stoccaggi e impianti, saturandoli.

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Spostare volumi enormi di rifiuti sul mercato aperto e concorrenziale è una bella cosa da dire nelle leggi, nei piani e nei convegni. Nell’ideologia dei “rifiuti zero” suona come un mantra finalizzato più a non fare impianti di smaltimento e recupero (con il facile consenso che si porta dietro), piuttosto che a risolvere in modo realistico e concreto il problema dei rifiuti. Nella realtà l’economia del riciclo è fatta da filiere complesse, con grandi imprese manifatturiere nel mondo (molte in Italia), migliaia di piccoli operatori, intermediari, raccoglitori, recuperatori: in Italia sono circa 15.000 (per capirsi le discariche sono 120 e i termovalorizzatori 40). Oggi l’Italia sta immettendo sul mercato del riciclo 105 milioni di tonnellate di materiali su un totale di 170 milioni di tonnellate di rifiuti, fra speciali e urbani. Una quantità enorme, che ogni giorno viene prodotta, stoccata, trattata e avviata a riciclo. Se qualcosa si ferma nella filiera gli effetti sono a catena su tutti gli attori. Siamo un Paese importatore di rottami, segno che la nostra industria del riciclo funziona.

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La politica non può limitarsi ad indicare obiettivi di riciclo e a riempire i propri documenti della parola “circular economy”, per poi disinteressarsi di come il mercato funziona. Troppo comodo.
La politica deve invece fare poche cose, come approvare leggi che facilitino il riciclo, primo fra tutti i decreti end of waste, ancora fermi al Ministero dell’Ambiente. Senza end of waste niente economia circolare. Capiamo meglio questo punto. Gli operatori devono poter gestire materiali “circolari” (non materie vergini, ma sottoprodotti, materie prime seconde) senza i vincoli e complessità burocratiche della gestione dei rifiuti, altrimenti preferiranno sempre la materia vergine. Da qui la necessità di produrre conformità “end of waste” per tutte le filiere del riciclo, semplificando le procedure di funzionamento del mercato, pur mantenendo standard ambientali ragionevoli. Il legislatore dovrebbe quindi mettere mano con coerenza e chiarezza a tutto il tema della semplificazione: dai sottoprodotti all’end of waste, passando per il sistema dei controlli e delle autorizzazioni.

La seconda cosa che la politica deve fare è dotare il Paese di una rete di impianti (stoccaggi, impianti di riciclo e recupero, termovalorizzatori e discariche) capaci di gestire in sicurezza un flusso così enorme e destinato a crescere in futuro. Non c’è economia circolare senza impianti di riciclo, e non c’è economia circolare se il sistema non è capace di reggere le possibili crisi di mercato con stoccaggi, termovalorizzatori e discariche dimensionate bene.
Purtroppo la discussione pubblica e le scelte della politica vedono l’economia circolare come una facile scorciatoia ideologica, per cui miracolosamente il “mercato” ci risolve tutti i problemi, senza impianti, senza scelte industriali ed infrastrutturali impopolari. Non funziona così, e lo stato di crisi del sistema (incendi inclusi) sta testimoniando proprio questo.

Fonte: ilsole24ore.it


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L’industria del riciclo è oggi una risorsa fondamentale del sistema Paese e contribuisce in maniera sostanziale all'esigenza dello sviluppo economico e alla tutela dell'ambiente. CRCM Srl offre servizi alle imprese che, attraverso il proprio ciclo produttivo, generano Rifiuti speciali, garantendone per quanto più possibile il recupero o il corretto smaltimento.

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